Seminario 2 – F. Perrone

I PARTITI POLITICI: ANALISI STORICA E STRUTTURALE

ABSTRACT
(4 aprile 2009)

Gli storici concordano nell’individuare la nascita dei moderni partiti politici nella Rivoluzione francese del 17891. Un loro primo articolarsi, in Italia, si ebbe appunto quando incominciarono ad avvertirsi oltralpe le ripercussioni ideologiche rivoluzionarie.
Prima di allora c’erano state, certo, divisioni politiche, elementi contrapposti della società, ma la mancanza di solide basi ideologiche aveva ridotto i contrasti pre-rivoluzionari a dispute su temi contingenti, più che a lotte su schemi dottrinari ad ampio respiro.
Il partito moderno post rivoluzionario perde, innanzitutto, il significato, eminentemente negativo, di “fazione”, che lo aveva caratterizzato durante il Medioevo (guelfi e ghibellini) e fino a tutto il ‘700. A partire dalla seconda metà di quel secolo si affermò una concezione del bene comune quale risultato del confronto fra orientamenti e interessi di una pluralità di parti, i cui contrasti non venivano più considerati necessariamente distruttivi della convivenza sociale. In secondo luogo, la Rivoluzione francese ed i filoni intellettuali da essa stimolati nei vari paesi europei, permisero il formarsi delle correnti dottrinarie ed ideologiche che sarebbero state poste alla base dei nascenti partiti.
Il partito come lo conosciamo modernamente è il frutto di due evoluzioni storiche: da un lato il progressivo instaurarsi della società borghese con l’affermazione delle istituzioni parlamentari, dall’altro la lotta delle classi subalterne contro la borghesia. I sovrani, infatti, allarmati dalla rivoluzione, abbandonarono la politica delle riforme e si allearono di nuovo con le vecchie classi feudali e con i ceti popolari, mentre la piccola borghesia, presa dalla speranza di poter ascendere nella scala sociale e di poter allargare le sue proprietà, si dichiarò favorevole alle nuove idee. Immutato rimase, invece, il contrasto tra la borghesia e i contadini, i quali si opposero spesso violentemente al regime difeso da quella2. Lo scontro sarebbe perdurato, trasformandosi, nel secolo successivo, in lotta di classe fra borghesia capitalista e ceto proletario.
I partiti, dunque, si affermarono parallelamente allo svilupparsi del governo rappresentativo3, prima all’interno e poi all’esterno del Parlamento. Questa differenza, colta da Duverger4, distingue i partiti fra loro sotto il profilo, per così dire, genetico: i partiti a origine interna nascono dentro il parlamento, e di essi fanno parte, almeno in un primo momento, aristocratici e borghesi che contano su un ristretto numero di aderenti; i partiti a origine esterna nascono fuori dal parlamento, nella società, non di rado su basi antiparlamentari. In un gran numero di casi, il partito a origine esterna è il prodotto di una preesistente istituzione non partititica: sindacato, nel caso di partiti laburisti e socialisti; chiesa o confessione religiosa, nel caso di partiti democristiani o cristiano-sociali o protestanti; associazione combattente, nel caso di partiti nazionalisti o fascisti; società di pensiero, come La “Fabian Society” nel caso del laburismo britannico. Esempi rilevanti di formazioni a origine interna sono numerosi partiti liberali, conservatori, talora radicali. Tra i casi di formazione a origine esterna si annoverano i partiti socialisti e laburisti, comunisti, confessionali, fascisti e nazional-socialisti.
Semplificando, si può dire che dal primo dei due eventi si sono visti sorgere i partiti conservatori e liberali, dal secondo il partito socialista e da queste tre matrici tutti gli altri.
Altra condizione, accanto all’affermarsi delle istituzioni rappresentative, che ha facilitato la crescita e la diffusione del fenomeno partitico (pur se va tenuto presente che la dizione “partito” è stata ed è anche usata sia in riferimento a formazioni politiche che non perseguono finalità elettorali ma hanno scopi eversivi o rivoluzionari, sia in relazione a situazioni di monopolio politico e di partito unico) è stata l’espansione del suffragio.
In particolare, si possono individuare quattro stadi di sviluppo per i partiti europei e nord-americani5, di cui l’allargamento del suffragio rappresenta la seconda, entro un arco storico che va dall’inizio del XIX secolo agli anni ’20 del XX secolo.
Nel primo stadio emergono, come abbiamo visto, i partiti di tipo liberale e conservatore, in generale le formazioni di origine parlamentare.
La seconda fase dello sviluppo dei partiti inizia con la metà del secolo XIX. In primo luogo c’è l’estensione del suffragio (universale maschile): negli Stati Uniti intorno al 1835; in Gran Bretagna a partire dal 1832; in Francia nel 1848, ma a tutti gli effetti dopo la caduta del secondo impero nel 1870; in Germania e in altri paesi dell’Europa occidentale pressappoco nello stesso periodo. «Tutto ciò non determina all’inizio mutamenti nel carattere dei partiti, ma si limita a creare le condizioni per il loro cambiamento. I membri delle assemblee parlamentari continuano a costituire non solo la direzione, ma anche la struttura portante del partito, e però il sostegno deve ora venire da un gruppo molto più vasto di partecipanti». Si rendono quindi necessari dei cambiamenti nell’organizzazione. Uno di questi è lo sviluppo di organismi centrali permanenti per sollecitare i voti, raccogliere i fondi, presentare i programmi. Dapprima negli Stati Uniti, poi in Inghilterra e nell’Europa occidentale, il partito diventa una grande organizzazione piramidale il cui vertice continua a stare in parlamento, ma la cui base è adesso abbastanza vasta da comprendere la maggioranza del popolo (almeno di quello maschile).
Nel terzo stadio, sul finire del secolo XIX, si presentano sulla scena politica i partiti socialisti e laburisti. È il periodo che Duverger collega allo sviluppo dei partiti extraparlamentari. La spinta organizzativa di questi partiti non viene più dai rappresentanti parlamentari, ma da elementi esterni ad essi e spesso, anzi, in contrapposizione con le istituzioni rappresentative. Il loro appello è diretto ad una classe ben identificata, quella dei lavoratori. Il programma del partito si precisa, l’iscrizione ad esso è largamente sollecitata. Il partito, insomma, si trasforma e diventa un movimento disciplinato con una propria concezione politica e un largo appoggio popolare. È il passaggio, descritto da Weber, dai “partiti di notabili” ai “partiti di massa”, dove i primi sono «associazioni organizzativamente intermittenti» (cioè operanti essenzialmente in fase elettorale) guidate e composte dagli strati aristocratici e borghesi della società, i secondi, invece, sono «figli della democrazia, del sistema elettorale di massa, di quello sviluppo che ha costretto la direzione del partito alla massima unità e alla più rigorosa disciplina».
Nel quarto stadio, infine, negli anni del primo dopoguerra, troviamo i partiti comunisti, fascisti, nazional-socialisti.

Sotto un profilo strutturale generale, è possibile analizzare i partiti muovendo da un’altra bipartizione weberiana: quella che distingue far “partiti di patronato” e “partiti ideologici”. I primi sono organizzazioni il cui unico fine è insediare il proprio leader nella carica direttiva, affinché egli assegni poi gli uffici statali al suo seguito, cioè all’insieme dei funzionari e dei propagandisti del partito. Sprovvisti di una base unitaria di principi, tali partiti iscrivono di volta in volta nel loro programma elettorale quelle richieste alle quali attribuiscono la maggiore forza propagandistica presso gli elettori. Sono definiti partiti ideologici, invece, quelli fondati su «un’intuizione del mondo», intesi, cioè, a perseguire l’attuazione di ideali di contenuto politico.
Nella realtà politica contemporanea è sempre più frequente riscontrare una certa ambivalenza dei partiti rispetto alle caratteristiche appena descritte. Se da una parte, infatti, il partito ideologizzato occupa, da alcuni decenni a questa parte, uno spazio di ampio rilievo, dall’altra si afferma un partito volto soprattutto a cercare consensi elettorali ad ampio raggio. È quello che Otto Kircheimer chiama catch all party (partito pigliatutto) che si gestisce e pubblicizza, in virtù dell’obiettivo elettorale immediato, come un articolo di consumo di massa «universalmente necessario e altamente standardizzato».
Numerose sono le classificazioni relative ai partiti cui gli studiosi hanno dato origine6. Non ne citiamo qui altre, ma elenchiamo brevemente le caratteristiche principali sulle quali si basano le distinzioni fra i vari tipi di partito. La problematica strutturale relativa ai partiti riguarda, in definitiva, “la loro struttura di base, il personale partitico e i modi del suo reclutamento, il rapporto con gli elettori, gli iscritti e gli attivisti, le fonti e le modalità di finanziamento, i criteri di designazione delle candidature alle cariche pubbliche, l’influenza della variabile culturale (ideologia, opinione) sulla variabile strutturale e viceversa, i livelli di articolazione della struttura organizzativa, i rapporti tra tali livelli, il carattere accentrato o meno della struttura, i rapporti tra il partito e associazioni esterne”7.

Nascita dell’associazionismo femminile: l’Unione donne italiane
Il 12 settembre 1944, a Roma, alcune esponenti dei partiti comunista, socialista, azionista e della sinistra cristiana fondarono l’Unione donne italiane, che accoglieva l’eredità dei Gruppi di difesa della donna. L’Udi è un’associazione di donne di promozione politica, sociale e culturale, senza fini di lucro. Il suo Statuto ne celebra la nascita con queste parole: «I Gruppi di difesa della donna per l’assistenza ai combattenti della libertà, sorti nell’Italia settentrionale durante il periodo di occupazione tedesca nel novembre 1943, e l’Unione donne italiane, costituitasi nell’Italia centro-meridionale nel settembre 1944, si fondono in un’unica associazione: l’Unione donne italiane, con sede a Roma». L’Unione si proponeva di «unire tutte le donne italiane in una forte associazione che sappia difendere gli interessi particolari delle masse femminili e risolvere i problemi più gravi e urgenti di tutte le donne lavoratrici, delle massaie e delle madri8».
Se una delle principali novità del secondo dopoguerra è rappresentata dall’imporsi sullo scenario politico dei partiti di massa, un’altra è data senz’altro dall’estensione del suffragio alle donne e dalla ripresa del dibattito politico sulla loro emancipazione9.
La seconda guerra mondiale aveva portato sulla scena una presenza decisiva delle donne: esse si erano trovate a dover sostituire gli uomini al fronte, svolgendo funzioni e occupando posti che fino a quel momento erano stati maschili per eccellenza. In questa situazione eccezionale le donne avevano dovuto far ricorso a straordinarie strategie ed energie, ma avevano anche potuto addentrarsi in territori sconosciuti, misurarsi in compiti da sempre preclusi al proprio sesso, verificare le proprie capacità e assumersi responsabilità nuove. Era chiaro che, finita la guerra, non sarebbero state disposte a rinunciare alle nuove consapevolezze acquisite, né ai diritti di uguaglianza che si erano guadagnate. Il biennio 1943-1945 aveva contribuito ad un’ampia politicizzazione delle donne ed al rafforzamento della loro identità. Le donne entrarono in politica spinte da un desiderio di emancipazione individuale e collettiva, mosse dal desiderio di scardinare la tradizione.
Dapprima i Gruppi di difesa, poi le associazioni femminili (non solo l’Udi ma anche il Cif: Centro italiano femminile, fondato sempre nell’autunno 1944 dalle donne cattoliche), convinte che la democrazia poteva nascere soltanto con la partecipazione attiva delle masse, si impegnarono in un’opera di sensibilizzazione tra le donne, preoccupandosi di coinvolgerle nella vita politica della nazione senza trascurare i loro bisogni specifici: parità salariale, assistenza all’infanzia e alla maternità, difesa delle lavoratrici madri, partecipazione delle donne alla vita politica, diritto al suffragio.
Il tema del voto, almeno nei primi tempi, emerse con moderazione, ma tra la fine del 1944 e l’inizio del nuovo anno esso divenne centrale nell’azione delle due associazioni. In particolare, l’Udi istituì un Comitato pro-voto al quale aderirono le rappresentanti dei Comitati femminili dei maggiori partiti italiani.
Dall’ottobre 1944 al 23 febbraio 1945, data di promulgazione del decreto sul diritto di voto, il Comitato svolse un’opera di sensibilizzazione capillare tra le donne, promosse assemblee e comizi per rivendicare la piena partecipazione all’elettorato attivo e passivo. A questa iniziativa dal basso si accompagnò un intervento presso le istituzioni: il Comitato inviò al CLN un promemoria in cui sollecitava l’impegno dei partiti antifascisti ed il loro intervento sul governo affinché alle donne italiane fosse riconosciuto il diritto al suffragio. Da sottolineare la frase con cui le firmatarie, che per mesi avevano lavorato insieme animate da uno spirito unitario che aveva consentito loro di superare le barriere ideologiche, concludevano il promemoria: «Soluzioni parziali che eventualmente si prospettassero, tendenti a conferire pieni diritti soltanto ad alcune categorie femminili, urterebbero profondamente contro quei principi di schietta democrazia per i quali l’Italia ha combattuto e combatte».
Il diritto ad essere elette fu sancito con un secondo decreto, nel marzo 1946. Ottenuto il suffragio, l’Udi e il Cif intensificarono l’azione di propaganda, intrapresero numerose campagne stampa e si mobilitarono per la formazione di liste femminili in vista delle elezioni amministrative. Il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono per la prima volta. Si recarono alle urne l’89,2% delle aventi diritto. All’Assemblea Costituente furono candidate 226 donne: ne furono elette 21.
L’acquisizione del suffragio segnò un momento fondamentale nella storia delle donne, ma altri e nuovi diritti furono acquisiti negli anni successivi sempre in seguito alla mobilitazione dei movimenti femminili. Tra le conquiste successive a quella della cittadinanza democratica vale la pena ricordare: nel 1958, l’abolizione delle case di tolleranza, con la Legge Merlin, che vide un ricompattamento dell’alleanza fra donne di diverse tendenze politiche; nel 1963, l’accesso delle donne alla magistratura; nel 1968, l’abrogazione, da parte della Corte Costituzionale, dell’articolo sul diverso trattamento dell’adulterio maschile e femminile; nel 1970, il divorzio; nel 1975, il nuovo diritto di famiglia.

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