Seminario – M. Forcina

LA CITTADINANZA TRA UGUAGLIANZA, DIFFERENZA E PARI OPPORTUNITÀ

ABSTRACT
(20 marzo 2009)

Ci troviamo probabilmente di fronte a una svolta epocale di cui intravediamo i segnali di confine. Sono segnali che indicano spazi di sviluppo consumati e possibili nuove direzioni che potrebbero essere utilizzate, probabilmente, anche verso una qualità della vita migliore.

Il capitalismo maturo, con la sua crisi drammaticamente esplicita, ha avuto un impatto notevole anche sulle nostre democrazie, soprattutto in relazione alla politica in generale e alla cittadinanza in particolare.

I soggetti della politica, al pari delle imprese che hanno dato vita al capitalismo e prodotto il suo sviluppo, si sono configurati sempre più come prodotti politici. Nella produzione capitalistica tutto è fabbricato e prodotto e tutto è altrettanto destinato al consumo.

Fabbricati come prodotti politici, i cittadini si sono configurati sempre più come consumatori, consumatori di diritti.

Per converso, la politica ha assunto anch’essa sempre più la forma di un prodotto, e ha subito una sorta di esilio strutturale in una sfera privilegiata abitata da pochi eletti.

Eletti, nel duplice senso di privilegiati e di soggetti eletti in regolari competizioni elettorali, distanti però dalla base ed esonerati da ogni forma di controllo da parte di questa.

La politica, quindi, con questa sua attività sempre più organizzata in élites di partito, con funzionari adibiti a mansioni che, più che di potere, appaiono autoreferenziali, si è resa sempre più impermeabile alla generalità del pubblico, con la conseguenza palese che anche l’idea e la pratica della cittadinanza ha subito un mutamento culturale e sociale notevole.

Ci troviamo di fronte a un cambiamento radicale che sta investendo sistemi socio-politici che appaiono consumati e che rischiano di dissolversi per implosione. Probabilmente si tratta di un cambiamento dell’ordine simbolico che viene ad essere attivato e registrato.

Da molti anni ormai, la politica delle donne ha esplicitato che le grandi trasformazioni non avvengono per legge, ma avvengono attraverso un cambiamento dell’ordine simbolico e questo, come sappiamo, è ordine del linguaggio e ordine sociale.

Dovremmo, per essere in grado di affrontare meglio il presente, rileggere la lezione della storia, o meglio come certe svolte storiche sono state decodificate da grandi interpreti.

Così, ad esempio, Adamo Smith nel 1776 (capitolo 4 del libro III de La ricchezza delle nazioni) ci ha spiegato come avvenne il passaggio dalla società feudale alla società borghese: fu quando i feudatari che commettevano arbitri di ogni genere, furono convinti non da leggi emanate dal re o dal popolo, ma furono persuasi dal lavoro silenzioso di artigiani e commercianti con paesi lontani, che tutto l’intero surplus del prodotto delle terre e dei feudi poteva essere scambiato con qualcosa che non si poteva dividere con affittuari e vassalli: una fibbia di diamanti. Questo esempio della fibbia di diamanti è solo un modo per indicare che la società moderna si instaurò su qualcosa che non poteva essere scambiato con tutti: era il consumo di beni frivoli e inutili, consumo indotto, che permise un passaggio epocale e un miglioramento nella vita sociale in generale e uno sviluppo del benessere pubblico.

Il nuovo sistema simbolico istituzionalizzato dalla borghesia e fondato sul consumo privato fu, nello stesso periodo, sintetizzato dalla famosa espressione di Mandeville: “Vizi privati pubbliche virtù”.

Con il passare del tempo, questa classe produttiva dichiarerà di voler edificare un nuovo mondo valido per tutti e basato sulla libertà, eguaglianza e fraternità.

L’ideale della rivoluzione francese celebrerà il cittadino come colui che era il portavoce ed era in grado di realizzare queste istanze, ma nello stesso tempo la cittadinanza era qualcosa che non si poteva scambiare con tutti. E nemmeno che tutti potevano avere o di cui potevano godere, come dimostrano le antinomie e i difficili percorsi e realizzazioni di cittadinanza che caratterizzano gli analfabeti, e gli ebrei, gli zingari, e tutti quelli che Kant definiva “i cittadini passivi”, ma soprattutto le donne, che nonostante la perfetta integrazione sociale hanno vissuto una serie di contraddizioni e di esclusioni civili e politiche.

Nell’ideale repubblicano il cittadino era colui che aveva fatto un percorso di emancipazione civile e politica, era colui che era in grado di autodeterminarsi o almeno di partecipare, mediante la delega, alla stesura delle leggi; oggi le leggi assumono sempre più la formula del decreto e della decisione d’urgenza, sicché il cittadino perde, contemporaneamente, l’occasione e la possibilità di articolare persino una progettualità politica come organizzazione degli interessi di lungo periodo.

Nelle democrazia del lavoro il cittadino era il lavoratore, oggi il lavoro è diventato precario e instabile; non esiste più nemmeno la figura del lavoratore, diventata obsoleta quasi come quella del feudatario o del signore proprietario terriero dei tempi passati.

Oggi si lavora a progetto e a tempo determinato. Oggi, seguendo il lessico imposto dal mercato, non si nominano più i lavoratori, ma le “risorse umane”, con un’affinità di linguaggio che sottolinea costantemente la dimensione del profitto. Monetizzate sono anche le competenze professionali conteggiate in crediti.

Nella democrazia moderna il cittadino era caratterizzato dalla laicità della stessa democrazia. Il laico poteva essere anche credente, ma non era costretto dalle norme religiose o dalle regole provenienti dalla comunità di appartenenza, familiare o culturale che fosse. Oggi si assiste a nuovi conflitti determinati da ciò che si intende per bene assoluto, con il risultato che i magistrati decidono al posto dei cittadini, i quali perdono ulteriormente le occasioni di esercizio di riflessione, di ascolto e di confronto. La biopolitica prende il posto della politica e di ogni esercizio di cittadinanza.

Nella democrazia del welfare i cittadini dovevano essere garantiti dall’emarginazione, in quanto l’istruzione pubblica e il lavoro assicuravano indipendenza economica e lavoro, e questi erano paralleli all’impegno erogato.

Nel capitalismo del consumo i cittadini sono soprattutto consumatori. Diventano consumatori di diritti quando, ad esempio, al diritto di voto non fanno corrispondere un esercizio parallelo, non andando a votare, quando al diritto all’istruzione fanno corrispondere un abbandono più o meno istituzionalizzato.

I cittadini diventano consumatori di diritti quando al diritto di indennità previdenziale fanno corrispondere un privato uso ed abuso, o un uso al limite del “giuridicamente corretto”.

Ci possiamo chiedere: in questo cambiamento epocale, quale pratica di cittadinanza resta al di là di certe pratiche evocanti una o più dimensioni prepolitiche?

Infatti, le identità nazionali o localistiche, basate sulla tradizione, il cibo, il paesaggio e confuse con il civismo e il patriottismo appartengono a dimensioni prepolitiche che, invece di promuovere pratiche consapevoli, generano prese di posizione “contro”, generano diversità e avversione verso chi è percepito come l’altro, colui che non appartiene al “noi” rassicurante ed identitario, ma in realtà intollerante, settario, antidemocratico e illiberale.

Dove trovare allora pratiche di cittadinanza consapevoli, in grado di essere fattori di trasformazione sociale e politica?

La risposta può essere data dalla considerazione che la cittadinanza, come la democrazia, non è un paradigma che si declina e si acquisisce una volta per tutte, ma è piuttosto un’idea regolativa. Come la democrazia, la cittadinanza è bisognosa di stare nel tempo storico e contemporaneamente di trascenderlo, mantenendo la dimensione della progettualità, lo sguardo aperto al futuro e l’impegno costante teso a non disertare le proprie assunzioni di responsabilità, nel rispetto e nel dialogo con gli altri.

Certamente oggi, negli scenari globalizzati, la cittadinanza non si configura più come uno “status che deriva da un’appartenenza”, come l’aveva definita
T. H. Marshall nel 1950, perché invece è ciò che delinea un percorso di consapevolezza politica e di apertura di possibilità per sé e per gli altri.

Questo è ciò che molte donne stanno cominciando a fare, agendo sul privato, sul tempo, sui progetti.

Si delinea una pratica che, puntando e valorizzando la qualità della vita, si configura come qualcosa che non è scambiabile con tutto, e, pertanto, si oppone anche al denaro, che è ciò che la società moderna ha eretto come il solo mezzo di mediazione universale e di scambio.

Sono soprattutto le donne che sembrano aver compreso in anticipo che si può facilitare un cambiamento in positivo agendo su più orizzonti:

  • dando un altro senso alla vita domestica e alla sfera privata. “Il privato è politico” non è solo uno slogan del femminismo degli anni 70, ma sta a significare che, come scrive Luisa Muraro, “quel che accade a me, non riguarda solo me” e in questo modo la politica si riapre ai soggetti e si slega dalle élites di potere.
  • dando un altro senso e un nuovo valore al tempo. Al “lavora e spendi” che ha fatto le nostre vite ricche di pseudoconfort e povere di tempo disponibile per ciascuno, una nuova pratica di cittadinanza sta progettando il tempo come un bene sociale, bene della democrazia, al quale si deve accedere e del quale si deve poter fruire con pari disponibilità. La democrazia, infatti, deve essere anche democrazia del tempo.
  • dando un nuovo valore alla maternità e alla cura e facendone una questione sociale. Contro una ipervalutazione della produzione, le donne sottolineano il valore della riproduzione e della manutenzione, che si configurano come beni e pratiche sociali e di cittadinanza.
  • dando infine ai progetti un esito nuovo. Un progetto si fa non solo come modo per aver finanziato il lavoro, ma il “progetto” mette a soqquadro la passività della politica cui il mercato e il capitalismo ci avevano abituati. I progetti smobilitano la dipendenza, attivano nuove condizioni, mediano sui bisogni, interagiscono nelle relazioni, non hanno bisogno di massimizzare le dimensioni dell’audience, ma informano, nel senso che introducono forme nuove in un segmento di realtà e istruiscono altri alla collaborazione.I progetti, alla politica mediatica della personalità, da vedere più che da vivere, sostituiscono la politica di un programma relativo a un segmento di vita, propongono delle intenzioni, concepiscono un disegno da realizzare per tappe, ampliano lo sguardo verso possibili sviluppi.

E sono esercizi di cittadinanza.

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